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IL CASTELLO DI TORRE RATTI
Tutto ciò che riguarda il Castello di Torre Ratti è tratto dal libello scritto da Roberto Allegri sul feudo dei Ratti-Opizzoni.
Purtroppo all’epoca, quando lui scrisse, molte delle statue e molti dei soprammobili e mobili erano conservati all’interno del castello con molta cura.
Il visitatore o chi potrà recarvisi purtroppo non vedrà più le suppellettili del tempo, ma potrà quanto meno immaginarsele.
Infatti è stato portato via tutto, o quasi, dato che per diversi anni il castello è appartenuto a privati e quindi, con diritto, ciò che vi era dentro era ad uso privato e soggetto alla volontà dei padroni.
Il Castello.
Sulla consistenza del “castrum” della Torre abbiamo dati precisi attraverso la perizia del 2 Novembre 1629, sebbene essa riguardi una sola porzione di esso, quella abitata da Giò Batta Ratti.
I motivi di questa redazione sono consistenti in una valutazione dei miglioramenti eseguiti da Giovan Battista Rati al momento dell’immissione nel possesso di Gerolamo.
La perizia è diretta al Magistrato Straordianario di Milano ed eseguita ad istanza del Dott. Giorgio Baiardi, erede di Giovan Battista.
Ecco una parte estratta dalla redazione:
«La casa adonque del fu signor Gio Battista Ratti posta nella rocchetta della soprascritta Torre de Rati ha quattro luochi in terra et un verso la borbera et un andito dove è una scala di vivo, di sopra una sala assai grande con due luochi da un parte et in cima continovando la suddetta scala sopra la medesima sala è un luoco grande tramessato in due et sopra gli altri due luochi solaro.
Oltre a ciò all’angolo di questa casa verso mezzodì vi è appoggiato un torrione quadro nel quale sono in terra un luoco, al piano della sala un altro, et in cima è fatto a modo di glorietta coperto de coppi.»
La perizia riferisce che la casa del fu Gio Battista Rati consisteva di quattro vani al piano terra (il primo comprendete una scala a chiocciola, un altro costituente una sala d’angolo, il terzo provvisto di una apertura verso l’esterno e comunicante con esso attraverso una scala semicircolare di dieci gradini e l’ultimo, che era una sala sul cui angolo fu poi edificata la torre nuova); ed inoltre di un andito con una scala «di vivo», al quale si accedeva dal vano comunicante con l’esterno e che serviva per il passaggio ai piani superiori. Più tardi, probabilmente a seguito dell’immissione nel possesso, venne prolungato questo andito e praticata una apertura sul lato verso levante, con la costruzione di una scalinata di accesso.
La parte ora descritta, con i vani superiori, è quella migliorata dopo il 1413 ma costruita anteriormente e quindi, unitamente alla porzione di Gerolamo costituita da due grandi vani con incorporata la torre vecchia, è anteriore al 1413.
Prima dunque che Giò Battista migliorasse la nuova porzione, l’unico ingresso al castello era attraverso la scala, mentre l’accesso alla Torre Vecchia avveniva soltanto tramite il passaggio che dalla”piazza” attraverso alcuni camminamenti coperti, consentiva di arrivare al vano della Torre.
Nell’attuale costruzione possiamo vedere tre diversi momenti corrispondenti a tre diverse porzioni: la prima anteriore al 1413, la seconda fra il 1413 e il 1629, ed approssimativamente verso il 1560 (i testi parlano di un settantennio addietro) e che riguarda il torrione quadrato, oltre ad alcuni miglioramenti come la scala di vivo, usci e porte soltanto nella porzione posseduta da Giò Battista, la terza infine posteriore al 1629 e comprendente i prolungamenti dell’andito, del vano laterale verso il torrione e la costruzione di un altro vano nel lato opposto.
Attualmente quindi la costruzione si presenta al suo interno costituita come segue:
l’ingresso alla porzione di Gerolamo (cui si accede oggi dal castello sulla destra) era ubicata più in alto rispetto al piano della piazza. Nel lato di levante, cioè quello fronteggiante la Torre Vecchia, esiste un’altra porta cinquecentesca, dove sul lato sinistro guardandola, un lavabo in marmo ed un pozzo coperto che peraltro consentiva la presa d’acqua soltanto dall’interno. L’atrio, il corridoio ed il vano scala al piano terreno, sono tutti costruiti con volta a vela,

mentre la camera d’archivio è provvista di un soffitto cinquecentesco a cassettoni e le altre stanze (camera dei giochi, camera della biblioteca, e studiolo posto in quest’ultima) e l’atrio hanno invece la volta a padiglione.
Dal primo pianerottolo della scala d’accesso ai piani superiori, costituito da due pavimenti a dislivello di un gradino, in malta di calce viva di colore rosso, si entra nella cucina vecchia, il cui soffitto è anch’esso a cassettoni come quello della camera d’archivio sottostante.
La cucina sempre cinquecentesca è provvista di un forno incorporato nel muro, di un grosso camino e di un’apertura sulla scala a chiocciola (che oggi non esiste più perché è stata murata), ed infine di un ripostiglio cinquecentesco ricavato nel muro.
Sempre nell’ammezzato, con un ulteriore dislivello di quattro gradini, si accede a due stanze opposte rispetto al pianerottolo, entrambe con pavimento in cotto, l’una con volta a padiglione e l’altra a padiglione incatenato.
Al primo piano, dirimpetto alla scala, esiste l’ingresso del «Salone del Camino», così denominato per la presenza di un monumentale camino costruito dal Vasoldo, Gio Giacomo Pracca, dal disegno di G.B. Castello (sec. XVII).
Questo salone sul cui ingresso principale sono dipinti gli stemmi delle famiglie Federici e Rati-Opizzoni (ciò a ricordo del matrimonio celebrato fra Girolamo Rati e Maria Maddalena Federici), è provvisto di cinque grosse finestre con nicchie e busti soprastanti: nicchie e statue sono pure all’ingresso principale e tutte sono contornate da affreschi. (Purtroppo le statue sono state portate via e quindi sono solo rimaste le nicchie che le accoglievano).
La volta è a padiglione; fra le finestre nel lato dirimpetto all’ingresso sono installate due grandi specchiere fine seicento; sul camino campeggia il quadro del doge Costantino Balbi dipinto da Enrico Weimer nel 1738.A fianco dell’ingresso principale esistono due porte; l’una a sinistra, conduce ad una camera studio, e quindi all’accesso della «Santa Barbara», di cui parleremo oltre; l’altra a destra, invece, conduce alla sala del Consiglio. Anche queste porte sono contornate da affreschi.
La «Sala del Consiglio» (che due verbali redatti nel 1770 nello stesso luogo ma in orari diversi precisano che costituisce l’andito solito nel piano superiore; infatti da quest’aula si accede sia al ponte in legno verso la Torre e meno ampia) con volta a padiglione, nella destra è provvista di un grande camino cinquecentesco in pietra, sulla cui cappa spicca lo stemma del cardinale Angelo Opizzoni e alla cui destra è il ritratto seicentesco di un prelato della famiglia. Nelle pareti, sotto il cornicione, sono visibili gli stemmi dei Vescovi ed Abati benedettini e domenicani, che illustrarono la famiglia.
Dalla sala del Consiglio si passa sulla sinistra ai vani del reparto «Santa Barbara», mentre sul fronte opposto all’ingresso una porta consente l’accesso, tramite un ponte in legno, alla Torre Vecchia.
Ritornando al pianerottolo del primo piano ci si immette alla «Camera deposito delle Armi», con nicchia e feritoia. Il pavimento è in cotto e ha volte a vela. Vi è una torretta di avvistamento nello spigolo nord-est provvista di numerose feritoie.
L’andito che immette alla torretta ha due piccoli vani con volta a botte e finti cornicioni del cinquecento. Vi è anche un deposito delle polveri con tre nicchie, una per i fucili carichi. Sotto il pavimento esiste una canna fumaria a serpentina che parte da un fornello nell’esterno e per mezzo della quale è possibile riscaldare l’ambiente per non far inumidire le polveri. Uno sfiatatoio fa si che l’ambiente non si surriscaldi.
Subito di fianco vi sono tre stanze, due con volta a cassettone e una con tavelle rustiche, accoglievano i dormitori per le truppe.La « Santa Barbara» che accoglie queste stanze è interamente cinquecentesca.
Dal piano terra si raggiungono i fondi, comprendenti la cantina molto vasta, con una larghezza di circa dieci metri e si estende dall’uno altro muro esterno.
La Torre Vecchia consta di sei vani, l’uno sovrastante l’altro. I primi due sono le prigioni alle quali si accede tramite una scala di pietra esterna, e dal piano terra.
Il tetto è rivestito di legno e coperto di coppi e sovrasta un ripiano circondato da merlature ghibelline. La torre ha finestre e feritoie.
L’altro corpo, che chiamiamo la porzione di Giò Battista, si protende verso levante. Si può accedere sia da levante, che dai lati nord e sud. A levante appare la facciata principale con gli stemmi affrescati dei Visconti e dei Rati – Opizzoni e una scalinata d’accesso all’ingresso principale; sulla facciata appaiono pure i gigli in ferro battuto, usati come porta-stendardi.
Si entra in un andito e a circa tre quarti dall’ingresso appare un arco con lesene che denota il punto in cui iniziava la vecchia costruzione alla quale, dopo il 1629, furono aggiunti altri vani, uno sulla destra dell’andito e uno sulla sinistra, il vano a sinistra è la sala da pranzo da cui si accede alla cappella privata e al Salone delle specchiere.
Alla cappella si giunge sia attraverso un corridoio dalla Sala da Pranzo che attraverso un piccolo andito dal salone. La cappella, a forma quadrata, presenta nel centro della volta a padiglione un affresco fine seicento rappresentante gli Angeli musicanti;
su un lato è l’altare ricavato nello spessore del muro e contenuto in un armadio seicentesco, nella cui cimasa è scolpito lo stemma dei Rati- Opizzoni. L’interno dell’armadio contiene affreschi, pure seicenteschi ,
raffiguranti al centro la deposizione con San Carlo e San Francesco; al lato sinistro San Pietro con il gallo, al lato destro la Maddalena in un paesaggio. Sugli altri due lati vi sono una «Via Crucis» in incisioni settecentesche, quattro incisioni raffiguranti alcuni momenti della vicenda tra Pio VII e Napoleone (in una quella che rappresenta il ritorno a Roma, il Papa è raffigurato mentre, a Bologna, riceve l’omaggio di alcuni dignitari, fra cui il cardinale Opizzoni, Arcivescovo della Città). Un dipinto di Camillo Gagliardi, romano, del 1701, illustra l’Abbazia di San Bernardo annessa al Castello. Un altro dipinto rappresenta un prelato della famiglia. (Dalle foto si può vedere che fortunatamente sono rimasti gli affreschi della crocifissione, di S.Pietro e della Maddalena. Il resto è andato perduto).
Il primo vano, passati la cappella, è il «Salone delle specchiere» in cui infatti vi sono due specchiere, una con relativa consolle, dello scultore architetto genovese Filippo Parodi (Genova 1630-1702).
La volta è a padiglione con lunette, il ricco camino marmoreo settecentesco è sormontato da un paliotto ricamato genovese, e da uno stemma decorativo, tutti di fattura settecentesca. Vi sono molti dipinti. Un ritratto di un magistrato opera di Leardo Bassano (Ponte Leandro detto Bassano – Bassano 1557-1622); il ritratto del tesoriere Filippo II di Spagna di Antonio Morr Van Dashorts (Utrecht 1519-Anversa 1575), pittore fiammingo vissuto alla corte del Re di Spagna. Nel quadro è evidente la posizione originaria, che rappresenta il personaggio a metà busto; sopra due porte i quadri di antenati della famiglia, opere firmate da Francesco Parodi, affiancano un grande dipinto di Luca Giordano (Napoli 1632- 1704) rappresentante un’allegoria con la dea Minerva. (Nulla è più rimasto).
Attraverso una porta nello sfondo si accede alla camera da letto del «Cavaliere di Malta» con volta a padiglione e di qui ad una seconda camera da letto con volta a padiglione con vela. Dipinto molto importante e La scorticazione di San Bernardo di Giovan Battista Paggi (Genova 1554-1627).(E’ andato perduto).
La scala di accesso ai piani superiori è il termine di confine della porzione di Gerolamo.
Al primo piano, la «Camera del Cardinale», con volta a padiglione, e qui il letto in cui dormì Pio VII al ritorno da Fontanebleau. La stanza attigua è «La sala delle Balaustre» che immette in un corridoio sfociante nella «Sala della Loggetta». Stanza seicentesca con camino in marmo rosso,volta a padiglione con lunette.
La stanza successiva è la «Sala della cornice» vi era una vetrina infatti fasciata da una cornice seicentesca.
Dal Salone si accede alla «Sala della Chiocciola».
Al secondo piano vi sono le stanze della servitù.
L’ingresso principale è, dall’inizio del 1900, quello che immette sulla provinciale. Ma nei secoli l’ingresso è sempre stato esistente sotto la «Torre di Guardia». Nel parco vi è anche l’abitazione del prete mercenario addetto all’Abbazia di San Bernardo.
Di essa esiste la chiesa, posta sempre nel lato sinistro, che ha accesso laterale, infatti si entra dall’Abside, sormonatato da una lunetta del 1500 raffigurante la Madonna col Bambino contornata da Angeli. Tra l’Abbazia e la casa del prete esiste un portico con portone d’ingresso; l’arco, nel lato verso la piazza è sormontato da uno stemma in pietra della famiglia.
La chiesa, a una navata con volte a botte e lunette presenta un altare in marmo, dietro al quale campeggia un riquadro barocco a volute in rilievo con putti e ghirlande di fiori e foglie, dentro al quale si trova un quadro settecentesco che rappresenta San Bernardo e che fu eseguito nel 1711 su ordinazione di Carlo Orazio Rati. Il cornicione è seicentesco e la via Crucis è costituita da quadri dipinti da un pittore genovese del 1700.
Gli altri dipinti della Chiesa, uno raffigurante San Tomaso D’Aquino, l’altro martirio di Santo Stefano, un terzo Sant’Antonio e uno ancora raffigurante San Francesco, sono tutti seicenteschi. La Sacrestia ha in dotazione un ricco corredo d’argento, nonché preziosi paramenti sacri, il confessionale infine è di fattura barocca genovese. (Non vi è più nulla).
A lato della chiesa esiste una muratura con merlatura ghibellina, che termina nella dipendenza frontistante il Castello adibita all’espletamento dei servizi domestici.
Uscendo dal portone della chiesa sia accede alla piazza relativa; a fianco della facciata sta il portone d’ingresso al portico sormontato dallo stemma della famiglia Gnocco, eseguito con rivestimento in bugnato, mentre quello della chiesa è liscio.
Procedendo ancora verso la Torre di Guardia, si notano sulla destra e sulla sinistra varie costruzioni, oggi però modificate ma, in fondo alla via sulla sinistra, esiste La casa del fante, costruzione trecentesca, con soffitti in legno e travature, e due finestre una all’altra soprastante, con stipite in pietra ad arco.

La Torre di Guardia, attraverso due archi di pietra, all’esterno del recinto, nel punto in cui un tempo esisteva il pinte lavatoio, di cui appaiono le feritoie, esterne per il passaggi delle funi.
A lato dell’arco, a sinistra entrando, vi è la cappella del presidio, con volta a padiglione con torretta.
La piazza oggi si presenta come un giardino all’italiana.
Data di aggiornamento: 26/10/2006
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